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Autolesionismo elettorale

Giovedì, 24 Settembre 2026 laregione

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Negli ultimi anni il dibattito politico in Ticino e a livello federale sembra aver imboccato una deriva preoccupante. Quando le argomentazioni di merito scarseggiano, la piazza politica ricorre sempre più spesso al terrorismo psicologico. La strategia è ormai consolidata: trasformare ogni appuntamento alle urne in uno scontro manicheo tra la salvezza e l’apocalisse, spaventando i cittadini invece di informarli. L’ultimo esempio eclatante si sta consumando nella campagna sull’Iniziativa sulla neutralità. Sentir propagare dai favorevoli che un ‘No’ alle urne equivalga a “mandare i nostri figli e nipoti a combattere in guerra all’estero” non è soltanto un’affermazione palesemente falsa dal profilo giuridico e politico, ma è un atto di manipolazione emotiva del tutto inaccettabile. Si tratta di una narrazione tossica che fa leva sulle paure più intime e sugli affetti familiari pur di racimolare qualche voto in più.

A questa retorica del terrore si affianca un altro dogma insidioso, diventato ormai un cliché imbarazzante di comitati e partiti: la litania del “non esiste un Piano B”. Che si tratti di riforme fiscali, decreti scolastici, grandi opere o temi costituzionali, i promotori cercano sempre più spesso di blindare la propria tesi sostenendo che l’unica alternativa sia il baratro. Ma presentarsi agli elettori affermando di non avere un piano di riserva non è affatto un segno di forza o determinazione; è l’esplicita ammissione di un’incapacità politica. Dire che “non c’è un Piano B” significa ammettere di non saper governare la complessità, di non saper negoziare e di non essere in grado di adattarsi nel momento in cui il popolo – sovrano supremo della nostra democrazia – smentisce la posizione ufficiale alle urne. È inoltre una strategia perdente in partenza, perché mostra un’evidente debolezza concettuale non appena l’altro schieramento si dimostra più abile ed efficace in fase di campagna.

La democrazia diretta svizzera si fonda sul confronto civile, sulla maturità del corpo elettorale e sulla capacità pragmatica di trovare sintesi e compromessi. Ridurre le votazioni a un derby emotivo fatto di minacce catastrofiste e aut aut significa svilire le nostre istituzioni e trattare i cittadini come sudditi impressionabili, non come elettori consapevoli. È ora che chi fa politica torni a prendersi le proprie responsabilità: servono visioni solide, numeri alla mano e la maturità istituzionale di prevedere sempre strade alternative. Chi agita lo spauracchio della guerra o del caos dimostra solo di aver finito le idee. E il Ticino merita molto di più di un semplice ricatto morale.

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